Addio a Ulay, artist performer refrattario ai compromessi

Un’intera vita dedicata alla performing art. Si spegne all’età di 76 anni,  Ulay, artista tedesco rigoroso, coerente e refrattario ai compromessi. Con lui termina un capitolo dell’arte contemporanea iniziato negli anni settanta. A darne la triste notizia, i media di Lubiana, città dove l’artista viveva da circa un decennio.

Ulay (Frank Uwe Laysiepen) da Solingen, sua città natale, si trasferisce ad Amsterdam dove, nel 1976 conosce Marina Abramović, artista fra le più famose al mondo, nasce a Belgrado nel 1946 e fin dagli anni sessanta si fa conoscere per le sue performance estreme, alla ricerca dei confini di emozioni e sentimenti umani, dove mette spesso a rischio la sua incolumità.

La prima volta che i due si vedono, Ulay ha la barba e i capelli lunghi, ma solo da un lato: l’altro è rasato a zero. Il suo è un progetto di ricerca sulle nozioni di identità e corpo, documenta la cultura di travestiti e transessuali attraverso foto e performance. Progressivamente l’approccio alla fotografia diventa sempre più complesso: l’espressione fotografica viene messa in stretto rapporto con la live performance come nella serie Fototot e in There is a Criminal Touch To Art. L’estremismo del suo metodo e la trasposizione fotografica di questa ricerca provocano nel pubblico molteplici ed accese polemiche. Questa serie di lavori sperimentali anticipa la sua concezione filosofica del mezzo fotografico: “La fotografia è solo uno sguardo, un dettaglio o un frammento dell’intero insieme, la camera oscura una finestra da cui guardare il mondo“.

La Abramović se ne invaghisce al primo sguardo, è così che il loro incontro fluisce in un sodalizio umano ed artistico che durerà 12 anni sotto il nome “The Other”. Il loro lavoro sperimentale in coppia è l’esplorazione dei limiti del corpo e della mente. Performances estreme ai confini della resistenza fisica e psichica come “Relation Works“, nel 1976, i loro corpi nudi in movimento che camminano uno di fronte all’altro si incrociano, si sfiorano, si scontrano. L’anno successivo, “Imponderabilia“, il loro lavoro artistico più famoso, contestato e sfrontatamente provocatorio tenutosi presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Marina e Ulay, totalmente nudi, immobili e silenziosi, contrariamente alla performance precedente, uno di fronte all’altro ad accogliere il pubblico all’entrata del museo, quasi impedendone il passaggio, tanto da costringere le persone ad infilarsi tra di loro, a lambire e sfiorare le parti intime.

Di performance in performance, girano il mondo in continua sperimentazione. il loro uso del corpo nel definire una nuova percezione dell’esecuzione artistica, ha letteralmente segnato l’immaginario sociale dei loro anni fino ad oggi.

Nel 1988 il loro rapporto vede una triste troncatura, una separazione umana ed artistica diffusa in mondovisione dalla BBC, è “The Lovers” la performance finale. Percorreranno a piedi 2500 kilometri in tre mesi, Ulay partendo a Nord dal deserto del Gobi, Marina a Sud dal Mar Giallo, i due estremi della Grande Muraglia per incontrasi a metà strada e dirsi definitivamente addio.

I due non si vedranno più. Per circa 30 anni.

Ulay negli anni successivi, torna alla passione originaria per la fotografia con la serie Berlin Afterimages (1994-95).

Solo nel 2010, sul set della performance “The artist is present” della Abramović presso il MoMA di New York, i due si incrociano inaspettatamente. La performance prevede che Marina rimanga seduta ad un tavolo per ore  mentre davanti le si alternano decine di persone che, prendendo posto dalla parte opposta,  restano a fissarla. Ad ogni cambio di visitatore la Abramović chiude gli occhi. All’ennesimo visitatore lei apre gli occhi, dinnanzi a sé si palesa a sorpresa proprio Ulay, per due minuti i due si osservano in silenzio. Nessuna parola, solo sguardi, mani sfiorate e riganti lacrime. 

Font: web / New York – Ulay e Marina Abramovic durante la performance al MoMa

Probabilmente uno dei momenti più autentici della loro arte in comune o probabilmente un’ ultima, non del tutto casuale, performance.

Dal MoMA in poi le notizie hanno raccontato di liti fra i due artisti, questioni materiali e non sentimentali, sfociate in tribunale.

Dal 2013 in avanti, dopo che i medici gli diagnosticano il cancro, Ulay da vita ad un’altra iniziativa artistica legata alla fotografia: “Project Cancer“, un percorso a ritroso attraverso gli scatti per ritrovare luoghi e persone conosciute.

A noi di ART4ZONE piace ricordare Ulay come artista, performer non convenzionale, come uomo, come visione di una parte sfrontata dell’essere umano che la società dalla facciata pudica contesta.

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